Punto 11: Museum Filzerhof
Il lavoro contadino, e specialmente la raccolta del fieno, colpiscono lo scrittore e infatti si ritrovano sia negli appunti nei Diari, sia nella novella.
Il grande fienile del museo Filzerhof, oltre a essere rappresentativo del contesto contadino descritto, viene utilizzato anche per laboratori e eventi culturali.
Descrizione
E Homo sentiva che questo amore non s’affievoliva, anzi diventava più forte e più nuovo; non impallidiva, ma quanto più profondo diventava tanto più perdeva la facoltà di determinare nella realtà il suo agire, o di ostacolarlo. Era un amore etereo e libero d’ogni aspetto terreno, in quella meravigliosa maniera che conosce soltanto chi deve chiudere con la vita e aspettare la propria morte; per quanto anche prima fosse perfettamente sano, adesso fu spinto ad alzarsi come un paralitico che di colpo getta via le stampelle e cammina.
Questo sentimento divenne intensissimo al tempo della fienagione.
Il fieno già tagliato e secco doveva essere ancor solo legato e tirato su per i prati. Homo osservava dalla più vicina altura, simile al sedile di un’altalena lanciato alto e lontano. La ragazzetta – tutta sola nel prato, una bambolina variopinta sotto l’immensa campana di vetro del cielo – affastella in qualche modo un mucchio enorme. Vi si inginocchia dentro e con tutte e due le braccia tira il fieno a sé. Si stende, molto sensualmente, bocconi, sulla balla e la afferra. Si rovescia tutta su un fianco e la cinge con un solo braccio stendendolo quanto può. Ci striscia sopra con un ginocchio, con tutte e due le ginocchia. A Homo sembra che abbia qualcosa d’uno scarabeo stercorario. Finalmente essa si spinge con tutto il corpo sotto il mucchio legato con una corda e si solleva lentamente tenendolo stretto. Il fascio è più grosso della slanciata figurina che lo regge, o forse era Grigia?
(Grigia, p. 65 e 67)
I fienili si erano riempiti. Attraverso le fessure degli assiti fluisce una luce d’argento. Il fieno emana una luce verde. Sotto il portone c’è un alto listello dorato.
Il fieno aveva un odore acidulo. Come le bevande dei negri preparate col frutto dell’albero del pane mischiato a saliva. Era sufficiente ricordarsi che qui si viveva fra i selvaggi, e già si era preda dell’ebbrezza del gran caldo sprigionantesi nel locale stretto stipato di fieno in fermentazione. Il fieno sorregge in tutte le posizioni. Vi si sprofonda fino al polpaccio, ad un tempo saldi e dondolanti. Vi si giace come nella mano di Dio. Ci si vorrebbe rotolare nella mano di Dio come un cucciolo o un porcellino. Vi si giace in posizione obliqua, e quasi verticale come un santo che su una nuvola verde vola in paradiso.
(Grigia, p. 71)